Sono uno sciamano indiano e ballo vicino al fuoco. È tutto buio e non vedo altro che il falò. Ho i mocassini beige con le frange ai piedi, i capelli bianchi legati in 2 trecce, la faccia rugosa. Mi faccio cullare dal ritmo della musica. Ho le mani come avvolte in un flusso di energia, le sento grandi e potenti. Vado a cercare il mio blocco allo stomaco, lo lavoro con le mani e vedo un fascio di luce che esce e va via. Lo faccio uscire anche dalla bocca facendolo risalire con le mani dallo stomaco. Poi la luce ritorna e rientra di me, ma va bene che sia così, la faccio fluire aiutandomi con le mani all’interno del mio corpo. Vedo una donna grassa di colore seduta davanti a me. Ha un costume giallo di Salvador de Bahia con un grosso turbante pure lui giallo con un fiocco in testa. Mi guarda e ride. Rido anche io. Tendo le mani verso di lei, ma non si muove. Capisco che non si muoverà verso di me, ma sono contenta lo stesso. Sono in una specie di bozzolo nero. Cerco di uscirne, è tutto nero intorno a me, non capisco perché ne sono uscita, stavo meglio dentro, vorrei ritornare. Mia madre non mi vuole. Piango, ho paura, sono spaventata e sola. Dico di aver paura, di sentirmi sola. Poi penso che quello sciamano sono io, che non ho bisogno di mia madre e questo mi dà forza. Sorrido. Sono di nuovo vicino al fuoco e ora a destra vedo un totem. C’è raffigurata una specie di aquila con un grosso becco/naso. È rossa e nera. Di nuovo il blocco alla bocca dello stomaco. Lo sento che sta lì fermo e non riesco a farlo uscire. È un serpente che si muove dallo stomaco verso la bocca . Intervengo la mia sitter ed Elisabetta. Ci spingo contro, faccio forza anche con i muscoli dello stomaco, piango poco e senza lacrime, è più un lamento che un vero pianto.Ricomincio a respirare. Sento una contrattura all’avambraccio sinistro. Lo tocco. La mia sitter ci spinge su e passa. Poi fitte dietro al collo, dietro la schiena, mi metto seduta. Sento la sitter col cuscino che fa pressione sulla schiena. Faccio forza, spingo per farlo fluire. Piango tanto, un pianto che viene dal profondo, è come se piangessi tutte le lacrime che ho sempre trattenuto e non ho mai pianto. Chiedo alla sitter di tenermi la mano, ho bisogno di qualcuno che mia sia vicino, che mi voglia bene, che si prenda cura di me. Vorrei che mi abbracciasse, ma non riesco a chiederglielo. Mi stendo sul fianco destro, metto la testa sotto la coperta e ricomincio a piangere come una bambina. Di nuovo il blocco allo stomaco. Cerco di farlo uscire dalla bocca. È come se tirassi una corda che però non finisce mai. Ce ne è tanta ai miei piedi. Poi capisco, la rimetto dentro e la faccio fluire dentro di me. Sorrido. Inizio a muovere le dita dei piedi, poi ruoto le caviglie e inizio a scalciare. Spingo con le gambe, faccio forza con la testa, mi agito. Poi mi calmo e subito ricomincio a spingere. Mi aggrappo al davanzale per tirarmi fuori. Sento di essere fuori dal materassino. La mia sitter mi ritira giù, io ricomincio a spingere, sento la sitter che oppone resistenza ai miei piedi, sento una presenza verso l’alto, capisco che è Elisabetta che fa pressione sulla mia testa, spingo, sono fuori. Sto bene. Mi metto di lato rannicchiata. Ho l’impressione di essere in braccio a mia madre, vicino il suo seno. Se alzo la testa posso sentire la sua presenza. Sono serena. Ho un’immagine della savana e di 2 uomini di colore sulla destra, forse Masai, hanno un mantello rosso e la lancia. Non riesco a muovermi da quest’immagine. Vorrei pilotarla, ma sono bloccata. Mi lascio andare. È come se ci fosse una telecamera che riprende dall’alto e si allontana sempre di più. La savana si trasforma in una foresta di abeti canadese, poi in una pupilla che diventa occhio, poi un pianeta. Non sono immagini ben definite, è tutto veloce. Poi tutto nero/blu notte. All’improvviso in alto a sinistra appare un fascio di luce chiara che scompare subito. Poi immagini di visi appena accennati. All’inizio ne ho paura. Sono come fantasmi. Poi li cerco, vorrei vederli di più e meglio, ma non ho controllo su di loro. Sento però che li incontrerò di nuovo in un’altra respirazione.
E’ stata la mia quattordicesima respirazione. Altre volte mi sono ritrovata in situazioni buie, di costrizione e di chiusura. Ma sempre ne emergevo tirata fuori da qualcuno, o da una corda, o da un angelo, o da due braccia possenti. Oggi qualcosa è cambiato: ne sono uscita con le mie forze e credo sia proprio questo che mi ha permesso di sperimentare quella sensazione di liberazione, di apertura e di potente energia che mi ha lasciata quasi estasiata e mi ha fatta sentire … “rinata”.
Mi sono domandata, in seguito a questa toccante esperienza, come mai fossi uscita da quel luogo scuro girando su me stessa come un cavatappi: ho domandato in giro e mi è stato detto che esiste un movimento particolare che viene effettuato durante l’estrazione del nascituro con il forcipe, che è appunto un movimento rotatorio.
La mia nascita, infatti, è stata piuttosto complessa: avevo due giri di cordone ombelicale intorno al collo e sono stata estratta con il forcipe. Mia madre ha richiesto l’anestesia.
In seguito a questa esperienza il mio umore è mutato. Avevo trascorso alcuni mesi precedenti in uno stato di profonda depressione e di forte ansia: paure, timori, chiusure, insofferenza nei confronti delle altre persone e agitazione, tanta agitazione. Poi, tutto è svanito. Le forze sono tornate, insieme alla fiducia, in me stessa ed in quello che mi circonda.
Oggi ero agitata, il mio mal di testa era scomparso ma avevo un po’ di mal di gola. Ero contenta di respirare con il mio sitter, sentivo che era la presenza di cui avevo bisogno, ma non so perché.
All’inizio della respirazione sentivo che non riuscivo ad entrare invece mi sono resa conto che già ero dentro. Un mal di testa pazzesco, mi sentivo la testa scoppiare, un forte fremito nelle gambe, sentivo il bisogno di spingere con la testa non so dove né perché ma dovevo spingere. Ho iniziato a sentire in me molta energia, molta forza soprattutto nel collo e nelle spalle, è iniziata la lotta. Non ho la netta distinzione tra la prima e la seconda lotta forse sono state tre o quattro. Ricordo che ero immersa in qualcosa di rosso vivo, carne viva pullulante, viscida, ero dentro un ammasso di carne, ma non la carne che si mangia era carne viva pulsante, sentivo che dovevo entrare, così camminavo a quattro zampe fino al punto in cui mi giravo ed intorno avevo tutta carne, tutto rosso. Mi sentivo stretta in una morsa tutto il corpo era circondato, dovevo lottare, non visualizzavo contro chi, istintivamente sentivo che dovevo lottare, dovevo uscire. Dentro sentivo un concentrato di rabbia, aggressività, forza e mi stupivo della mia forza, avevo bisogno di sperimentarla, c’è, ora so che c’è. Più sentivo resistenze intorno più sperimentavo la mia forza; poi mi sono sentita esausta sono crollata, sentivo tristemente di non avercela fatta, pensavo: mi sono arresa di nuovo a ciò che c’è fuori di me, non sono riuscita a mandarlo via. Avevo molto caldo, mal di testa, sembrava di avere la febbre, ero tutta sudata, sentivo la nausea. Continuando a respirare quell’ammasso di carne che mi stava intorno è andato a formare un corpo, un uomo, che mi stava addosso, ecco che ritorna, mi violentava ed io dovevo liberarmi di lui. Sentivo la forza tornare, dovevo mandarlo via, dovevo farlo ora, mi dovevo proteggere ora potevo, così ho ricominciato a lottare, questa volta contro l’uomo che non aveva volto ma io vedevo il suo corpo rosa, non mi dava fastidio il suo contatto, né il peso del suo corpo, sentivo il bisogno di sentirlo in quel momento, era un: vieni bastardo che ti faccio vedere io, fatti sotto. Poi mi avvilivo e ripartivo con più forza. Non so l’esatto ordine ma credo che poi Elisabetta mi abbia toccato lo stomaco e lì gridando forte sono scoppiata a piangere, in quel momento all’inizio non visualizzavo nulla poi man, mano vedevo ciò che accadeva nel corpo, vedevo il mio diaframma contrarsi e sentivo il dolore, partiva il grido ecco saliva qualcosa, un bolo rosa che dovevo vomitare, ma ci voleva tanta forza ed io mi sentivo esausta, e di nuovo contrazioni, spinte dentro me sentivo un peso, grida, tosse ecco stavo per vomitare, il bolo era in gola, poi ho realizzato che sarebbe uscito, avrei sentito l’odore, forse lo avrei visto, no non potevo , ho ingoiato ancora, mi è rimasta la nausea. Qualcuno si è steso dietro di me, bellissimo quell’abbraccio ne avevo proprio bisogno, poi dietro le spalle, proprio a me che mi terrorizza ciò che arriva da dietro e non posso vederlo. È stato stupendo sentire che da dietro può arrivare anche qualcosa di così bello e rassicurante. Mi viene da piangere mentre lo scrivo, pensa come è stato intenso. Credo fosse Elisabetta all’inizio, contatto femminile accogliente e rassicurante, un’esperienza nuova per me. Poi credo si sia steso il mio sitter e non mi sono sentita invasa, anzi ho sentito che potevo affidarmi anche ad una presenza maschile che forse non tutti sono violentatori quelli che vengono da dietro.
Poi sentivo come una spada infilata dietro la testa sotto la nuca, un dolore lancinante e più spingevo più mi faceva male però non riuscivo a gridare, devo aver iniziato a muovermi freneticamente sentivo il mio corpo come in preda ad un attacco epilettico proveniente però dall’esterno, come se mi stessero spingendo da tutti i lati, dovevo uscire da quel groviglio che mi stringeva e sballottava, ho iniziato a spingere con i piedi, ma avevo la sensazione che più mi agitavo più intorno a me queste membra mi chiudevano e scuotevano, non riuscivo a tirare su le gambe, mi sentivo debole, non ce la facevo a spingere, allora ho iniziato a sgusciare, strisciare, come un serpente o un essere viscido che deve sguisciare fuori attraverso un buco in modo fluido immerso in un liquido.
Ed io scivolavo, spingevo con i piedi e sentivo intorno al mio corpo una leggera pressione e come se le membra di questo corpo esterno si spaccassero al mio passaggio e lentamente uscissi fuori. Mi sentivo felice, quel contatto con quella pelle che sentivo su tutto il corpo mi piaceva, stavo uscendo attraverso un buco di una membrana aperta, lacerata ma questa volta non ero nauseata dalla fluidità del liquido intorno a me, mi sentivo PULITA. Potevo godermi quell’uscita senza giudicarmi e senza vergognarmi ero io, ero nata ed intorno a me c’erano dei visi che mi guardavano e sorridevano, erano felici per me, erano ombre buone.
Ho sentito il sitter che mi diceva che mi avrebbe riportata sul lettino, che bello sentire di dipendere da qualcuno che in quel momento è lì per te, che non sei un peso per lui, che non fa fatica a prenderti in braccio, che con affetto ti dà un bacio sulla tempia così spontaneamente, senza aver dovuto anelare, desiderare e infine chiedere pur di far capire che ne hai bisogno.
A questo punto mi sono ritrovata su una spiaggia hawaiana dove è comparso un gruppo gospel americano che cantava inni di lode, forse per la mia nascita, non so, e mi è vento da ridere tantissimo, perché mi chiedevo cosa ci facessero una decina di persone bianchi e di colore, su una spiaggia hawaiana con le loro tuniche blu con i collettoni bianchi, visto che faceva un caldo bestiale. E ho riso tanto finché è arrivato un gruppo di hawaiani con la tipica gonnellina che ballavano, cantavano e battevano le mani, ed io mi sono ritrovata con la gonnellina a ballare con loro, mamma com’ero felice e spensierata!
Ad un tratto una musica incantevole mi ha attratta, camminando, ho salutato tutti e mi sono diretta verso una foresta tropicale e ci sono entrata, mi stupivo perché non provavo paura eppure ero completamente sola, pensavo che infondo come prima poteva arrivare da qualsiasi direzione qualcosa di bello, gioioso, potevo conoscere questa tribù che suonava e che questa musica che non era certo accogliente, magari nascondeva una tradizione con un significato innocuo. Così mi addentravo in questa foresta, era umida c’erano rami, foglie ad un tratto mi sono sentita confusa, tutto ha iniziato a girare intorno a me, allora mi sono seduta e ho pensato ora mi fermo e vedo cosa succede, è arrivato un vento e ha portato via un po’ di cose, soffiava con intensità eppure mi sfiorava, non era una burrasca, ma un vento pulitore, sorridevo e aspettavo, non so cosa. Intorno a me tutto si è confuso e mentre il vento soffiava mi sono apparse le immagini di due stanze vuote con le pareti completamente bianche e qui ho pianto perché ho riconosciuto quelle stanze. Ho pianto la mia difficoltà a chiudere le situazioni, a mettere un punto, a vivere con serenità i percorsi che finiscono, non riesco a pensare a ciò che inizierà, tendo a fissarmi su ciò che finisce anche se poi difficilmente sfogo ciò che provo. Tendo a trattenere e mi distraggo per non metabolizzare la FINE. Ero lì e aspettavo, non so cosa. Poi non ricordo più nulla.
A.
Cleopatra: sono Cleopatra, la regina del mondo, la donna piu’ bella del mondo (sono la cleopatra della serie TV “Roma”). La parete che ho davanti e’ decorata con dei geroglifici, e’ una porta. Io voglio entrare, voglio che si apra. Ma sono stato buttato fuori. E’ la porta del regno dei morti e non posso varcarla. Provo a sfondarla con i pugni, ma non si apre. “Perche’ non mi vuoi?”, continuo a ripetere, “Io sono Cleopatra, la regina del mondo, la donna piu’ bella del mondo, perche’ non mi vuoi?”.
Il mio corpo si appiatisce contro la parete e mimo alcuni geroglifici. Devo vivere, mi dicono, mi mostrano dietro a me una vallata con un sentiero. Inizio a percorrerlo, ma mi dico che sono gia’ arrivato molto lontano su quel sentiero.
Ballo, sono la donna piu’ bella ed attraente del mondo. Cerco di sedurre questa figura maschile.
Sono anche in viaggio, su una lettiga, che mi rotolo sul mio materasso in preda alle visioni perche’ ho fumato troppo oppio. La mia vestale butta via la mia pipa (scena identica alla serie TV).
Parto: vedo un canale con la luce infondo. Urlo, mi manca l’aria, vado avanti, esco. Vedo l’ostetrica (ne ho piu’ la sensazione della loro presenza che una visione nitida), vedo mia madre, ho la sensazione che mi tolgano qualcosa dalla bocca, urlo e tossisco assieme, cerco di liberarmi la gola. Dopo un po’ di tempo il bambino apre gli occhi.
La sensazione e’ che non sia terminato il parto, come se dovessi ancora rivivermelo in future respirazioni.
Sesso: l’immagine di una pin-up anni 40’, e’ una donna famosa, credo la prima pin-up in assoluto. Molto formosa. Porta la frangia nera e i capelli fino alle spalle. E’ distesa con le gambe allargate, ed e’ nuda. Io le mordo l’inguine e glielo strappo via.
Faccio sesso con lei. Inizio con il leccarle il clitoride, la faccio godere. Poi la penetro, mi dice che sono bravo. Ma non ho la sensazione di essere sopra di lei, continuo a vedere la sua immagine distante, davanti a me.
In seguito penetro un uomo (ricordo di avere avuto una sensazione di sollievo) e poi lui mi penetra.
Vedo varie fessure, per lo piu’ si rivelano essere vagine, una toppa di una porta e un ano.
Morgan: sono il cantante Morgan dei blu vertigo. Ricordo un intervista in cui lui e la fidanzata Asia Argento dichiarano di mettersi lo smalto a vicenda. Lui e’ una figura molto ambivalente, con i capelli tinti, che si trucca, e si mette lo smalto. Mi dico che forse potrei essere bisex come lui.
Piani orizzontali: vedo molti piani orizzontali (nella respirazione precedente in cui rivissi il parto i piani erano sempre verticali, come dei corridoi stretti che stavolta sono verticali). Vedo i pianeti, le stelle, l’universo. Un luogo al polo, come una grotta con delle stalattiti e delle stalagmiti, che si apre sulla notte, sulle stelle. Sembra una bocca.
Strapiombo: vedo uno strapiombo diverse volte durante la respirazione. Ogni volta da diverse angolature. La parete a volte e’ coperta di vegetazione, altre di acqua. C’e’ una roccia che esce fuori da questa parete. Ci sono degli animali che sono bloccati, non possono proseguire. Sono come immobili. Ci sono sicuramente due cavalli bianchi e dei leoni.
Cerimonia del feto: sono un feto che viene bollito in un pentolone (assumo la posizione del feto e tremo). Sono in un villaggio ed e’ notte. Degli uomini con delle maschere nere e alte raffiguranti animali (dei egizi?) mi ballano attorno. Poi mi mangiano. Io urlo. La mia anima si e’ distribuita in piu’ persone. Ho sete di vendetta, riscatto. L’unico modo per recuperare la mia anima e’ uccidere i 20 uomini che mi ballavano attorno, o le loro reincarnazioni. Pronuncio due volte la frase: “20 urla che non verrano mai urlate”.
Cadavere: sono un cadavere sotto terra, vengo mangiato dai vermi, non rimangono che le ossa. Anche il mio corpo ed il mio viso si contorcono. Sembro l’urlo di Munch. “Non ho piu’ l’anima, non ho piu’ l’anima” ripeto “sono rimaste solo le ossa”.
Occhi/quadri: vedo degli occhi. Prima una collana di occhi, poi diversi occhi, poi delle facce, come fossero quadri cubisti. I visi sono assemblati in modo strano, il naso e’ sopra gli occhi o di profilo. Come guardassi una tela nera dove compaiono e scompaiono questi diversi visi ai vari lati della tela. Poi vedo dei visi come l’urlo di Munch, sono molti, uno accanto all’altro, come degli angeli urlanti, decadenti (ho dipinto un quadro molto simile).
Vedo altri occhi in altri momenti della respirazione. L’occhio di Sauron del Signore degli Anelli, un occhio cattivo. Poi anche un occhio benevolo.
Mutante: sono uno dei mutanti cattivi degli x-men. Sono la donna che puo’ assumere tutte le sembianze che vuole. Sono tutti e non sono nessuno. Sono dalla parte del bene e del male. Sono polivalente ma non ho anima.
Albero: mi vedo come un albero con diversi rami. L’albero e’ marrone. C’e’ un ramo sulla sinistra, sotto gli altri rami, che e’ rosso e prende l’energia, il colore, agli altri rami. Il ramo rappresenta le mie insicurezze, la mia adolescenza da debole. Voglio strapparlo ma non ci riesco da solo. Mi chiedo chi possa aiutarmi a farlo. Evoco mio padre che mi aiuta a strapparlo (e’ il momento durante al respirazione in cui mi alzo sulle ginocchia e faccio un urlo liberatorio). Il ramo non si stacca completamente. So che ci vorra’ del tempo, deve seccarsi prima. Dovro’ stare attento a che non si riattacchi nel frattempo. Penso anche che potrebbe ricrescere e percio’ metto una guaina nera sopra il taglio per evitare che ricresca. Evoco un episodio brutto della mia adolescenza dovuto all’esistenza di quel ramo che diventa la guaina nera che mi serve.
Dal taglio esce della resina, come un gel dorato che brilla, la prendo e la spalmo sugli altri rami perche’ si colorino.
Voglio provare a tagliare anche l’ultimo pezzo. Per farlo evoco diverse donne che vengono con delle forbici d’oro. Ci sono Elisabetta, Fiamma, Zia, Nonna , Paola e Mamma. Proviamo a tagliare, ma non sono sicuro che ci siamo riusciti.
L’albero ha un orifizio dietro il tronco da dove defeca delle buste di plastica bianca.
Sono in mezzo alla foresta con altri alberi ed io abbraccio il mio.
Fonzie: sono un adolescente capobanda negli anni 60’. Ho la gelatina in testa e porto un giubbino di pelle, tipo Fonzie in “Happy Days”.
Delfino: in una delle mie vite passate sono statao un delfino. Nuoto in mare. Ho avuto dei figli e sono morto di morte naturale.
La papera e la gazza: vedo una papera che si aggira per il deserto egizio. Sullo sfondo ci sono le piramidi. La papera porta gli occhiali ed ha la particolarita’ di inghiottire le persone come fanno i boa. C’e’ anche una gazza sua amica, anche lei porta gli occhiali da sole, ma quelli da diva con le punte all’insu’. La gazza lancia uova-bombe mentre e’ in volo, come un bombardiere.
Appena inizio a respirare, sento tremare internamente le mie mani ed una sensazione di freddo e di paura va crescendo dentro di me. Improvvisamente, senza neanche accorgermene, mi ritrovo a pochi mesi di vita dentro il mio lettino. Cerco costantemente e disperatamente il contatto fisico con mia madre ed ogni volta che si allontana da me, mi sento abbandonato e disperato e faccio di tutto per richiamarne l’attenzione. Poi vedo la sua faccia che mi guarda dall’alto e mi tranquillizzo; quello che però desidero con più forza è il contatto fisico con lei, la costante rassicurazione della sua presenza. Perché non mi tiene sempre con sé? Mi sento spesso abbandonato e impotente perché non posso muovermi, né posso richiamarla se non piangendo e magari manifestando la necessità di essere cambiato. Non riesco proprio a capire perché non mi tenga sempre con sé…
Successivamente mi trovo più grande di età a dover competere per il suo affetto con due fratelli più grandi ( vedo un simbolo a V ) e penso di dover fare cose straordinarie per conquistarla; penso di non poter essere me stesso, perché ciò potrebbe non essere sufficiente e mi impegno ad eccellere sempre e comunque ed in ogni circostanza…Alle volte vorrei uscire da me stesso perché ciò che sono, non sembra essere sufficiente per avere l’amore assoluto ed unico che vorrei! Uscire da me stesso, sì, voglio uscire perché non mi piace come sono, non basta!
(Devo alzarmi per andare al bagno). Al mio ritorno alla respirazione, la scena cambia totalmente e mi ritrovo disteso per terra, nella polvere e in piedi davanti a me c’è un Samurai giapponese che mi ripete con la scimitarra in mano che sono un verme schifoso e non merito di vivere. Poi mi squarta davanti e forse mi cava gli occhi…
Ci sono case con tipici tetti giapponesi e mi guardo intorno.. Poi vedo un bambino che medita con un vestito arancione e la testa rasata…Compare e scompare…Successivamente vedo un cinese con poca barba sul mento ma senza occhi…Un fiume lungo che si insinua tra montagne e colline…
(Devo alzarmi per andare al bagno). Al mio ritorno alla respirazione, la scena cambia ancora…Vedo un fungo grande e vicino un grande edificio metallico, intorno altri edifici mai visti…forse del futuro o forse di un altro pianeta..non so…Vedo ancora il fungo e vicino un tavolo illuminato…dei francescani appaiono e cambia la scena…guardo in alto.. vedo angeli che mi guardano…, ali che si muovono armoniosamente e sento forte una presenza spirituale ed un grande Amore che tutto sana, che tutto accoglie, che tutto ama…e sento che è per questo che vale la pena di vivere…
Maschere africane, né belle né brutte…non mi danno particolari sensazioni…piramidi Maya…montagne…acqua….vedo tutto in volo….visioni di vario genere si affacciano davanti a me….sono stanco….la mia Anima vuole finire qui…e ritorno in superficie…Mi sento diverso, più integrato, con dei contenuti che col tempo metterò più a fuoco, capirò meglio poi, per ora mi sento appagato…può bastarmi…mi sveglio.
Inizio decidendo di associare al respiro il colore verde, ma non riesco a seguire approfonditamente le indicazioni suggerite da Elisabetta. Poi però, poco dopo l’inizio della musica (che mi aspettavo diversa da come poi è stata) iniziano le prime sensazioni: una specie di dolore all’altezza dello sterno sempre sopportabile e un formicolio molto forte alle mani e leggermente più debole a ginocchia e piedi. Che fare? Meglio decidere prima cosa non fare.
Non cerco di eliminare il dolore, anche se ritengo sia un segnale negativo di qualcosa che prima o poi dovrà essere risolto; quasi subito capisco che il formicolio, che ormai a rivestito le mie mani di guantoni paffuti e sensibilissimi, sarà qualcosa da usare come uno strumento a mia disposizione. Gli attribuisco una potenzialità terapeutica.
Nonostante ciò avvicino poco le mani allo sterno, continuo a respirare, sento il ritmo suggerito da Elisabetta ma non riesco a tenerlo, il mio ha una frequenza più bassa, temo che non possa andare bene ma i guanti alle mani e le ginocchiere aumentano la consistenza: va bene così, ogni tanto ho momenti di esaltazione, mi rendo conto che si possono fare parecchie cose, sono eccitato e ormai non mi preoccupo più del dolore allo sterno. Penso che sia solo un punto di sfogo e potrà essere usato come un semaforo o un segno che mi indicherà i momenti di passaggio o quando è il momento di cambiare obiettivo.
Avviene proprio questo: il dolore svanisce gradatamente e sento due grumi ai lati dell’ombelico. Questi li tratto con le mani: li faccio uscire, e anche con una certa facilità e a questo punto mi sento pronto per altro…
Qualcosa esce dalle mani che esplorano senza toccare, i guantoni vibranti avvertono qualcosa di invisibile, sono in grado di capire qualcosa relativo allo spazio intorno: inizio a descriverlo e a delimitarlo, lo personalizzo per poter lavorare più tardi in un ambiente più adeguato; mi viene in mente un libro di Castaneta dove è essenziale la ricerca del proprio posto.
C’è qualcosa da modificare sotto il materasso: scopro che è il cavo che non va bene e deve essere allontanato dal materassino, però non è facile capire che percorso faccia, comunque in qualche modo lo sistemo e non me ne occupo più.
Qualcosa mi attrae verso l’alto, meglio pulire lo spazio in cui potrò poi muovermi per iniziare il lavoro approfondito sui muscoli e sul resto del corpo.
Arrivano flussi magmatici nei muscoli e tendini, dalle ossa nessun segnale.
Diminuisce e si annulla quasi del tutto la differenza tra il me pensante e il corpo, svanisce il confine: io sono ogni muscolo e articolazione. Posso, anche se con difficoltà, utilizzare sensi diversi dalla vista per percepire l’ambiente. Alcune volte, ma non sempre seguo con i movimenti il ritmo della musica: mi aiuta a rimanere nello stato di ipersensibilità.
Devo muovermi per imparare ad usare le nuove possibilità. Riuscirò a mantenerle anche dopo? Mi piacerebbe molto. Devo in qualche modo fare degli sforzi muscolari anche se non mi sono coscienti tutti i motivi che me li inducono: sicuramente molti sono di carattere esplorativo e riguardano la possibilità di intervenire positivamente su alcuni lievi dolori dovuti all’età.
Quando mi portano al bagno avverto la presenza di più persone, almeno due; capisco che siamo vicino ai gradini dal contatto della mano di chi mi sta guidando: sento l’accompagnatore che sale e allora cerco in qualche modo i gradini.
Non voglio troppo aiuto perché sono attratto dalla possibilità di usare i segnali che mi arrivano alle mani e al resto del corpo.
Mi infastidisce il bisogno di andare al bagno, però la prima volta più della seconda, rimango nello stato “respiratorio” e subisco il fascino del percorso senza la vista: mi disturba la luce, cerco di spegnerla ma non ci riesco; la prima volta ci metto molto perché la pipì non finisce più e spero che gli altri non si preoccupino troppo.
L’esperienza si concentra sul movimento e sulle sensazioni che vanno in ogni direzione e mi aiutano a sciogliere dei nodi muscolari: è come se mi facessi un massaggio da solo senza toccarmi, utilizzando una forza interna o richiamandone una esterna non lo so bene e non riesco neanche a descriverlo.
Potrei supporre di essere entrato in contatto più intimo con l’energia; ritengo inoltre di aver subito il disturbo da qualcosa che è localizzato nello spazio vicino al mio materassino. Questa idea ancora non svanisce: è parzialmente confermata da quel poco che ho visto il giorno dopo sulla respirazione di A., che si trovava al mio stesso posto. Il suo racconto non conferma le mie ipotesi, ma questo non mi convince del tutto di essere in errore. Potrei correggere l’ipotesi in questo modo: in quell’angolo c’è qualcosa che mette in relazione le esperienze con lo spazio e con il movimento del corpo.
Alcune volte riconosco i brani musicali, credo che la cassa vicino a me possa avere un problema che si manifesterà in seguito.
Qualche volta la musica mi disturba nel senso che non aiuta le mie prove, la vorrei diversa.
Nessuna esperienza visiva rilevante: poche macchie in bianco e nero simili a quelle che vedo prima di addormentarmi.
Sono riconoscibili solo un gatto, un teschio che si dissolve rapidamente e una farfalla associata ai movimenti che sto facendo.
Pensandoci dopo, la farfalla coincide con il passaggio da una posizione quasi fetale alla posizione da seduto, come la crisalide che si trasforma: spero sia di buon augurio.
Avverto la presenza di una componente femminile che mi appartiene, è una cosa che in qualche modo conosco e dopo poco svanisce. Forse devo dedicarmi di più al ballo?
Mi rendo conto che non ho bisogno di controllare la respirazione, come se lo stato straordinario non dipenda da questa e agisca autonomamente, ci faccio sempre meno attenzione.
Il bisogno di andare al bagno mi crea il problema del tempo trascorso, a volte ho la sensazione che sia troppo a volte il contrario.
Mi sembra di riuscire a fare movimenti che normalmente mi risultano molto difficoltosi, mi viene voglia di rivedere in seguito una ripresa televisiva e sonora di queste tre ore.
Sudo ho caldo, i guanti alle mani non mi abbandonano mai, a volte diminuiscono di spessore, le emozioni di fondo sono l’euforia delle nuove possibilità e la malinconia di poterle perdere in seguito.
Ad un certo punto finisce la fase del movimento intenso l’attenzione si concentra sui suoni; muoversi meno e iniziare a produrre suono e mettere in secondo piano quello che viene da fuori che non è sempre adatto. Anche ora è la curiosità delle possibilità a intrigarmi: inizio con tonalità gravi, profonde, a me più consone. Dal diaframma alla gola e viceversa: mi vengono in mente i Tuva, riesco a modulare, ringhiare, gorgogliare, si fa luce qualche suono più acuto; mi tappo le orecchie per evitare il disturbo della musica e concentrarmi su me stesso: arriva l’ululato del lupo, chiama a raccolta il branco per la caccia.
Questa identificazione con il lupo l’avevo dimenticata, la ricordo solo ora, sarebbe interessante scoprire il perché.
Una nota, una voce, chiede aiuto o compagnia: diamogliela! Mi serve il fischio per girargli intorno e la voce per rinforzare o seguire all’unisono. E così procedo fino alla fine: se avessi saputo che mancava poco non sarei andato al bagno la seconda volta.
Però a posteriori ritengo che i due viaggetti al bagno sono stati molto “istruttivi”.
Cerco di far capire a Elisabetta che va tutto bene, mi sento in forma, anzi molto più attivo e ricettivo di prima. Mi è venuto il desiderio di provare al più presto la vasca d’isolamento. Non ho mai avuto la sensazione di essere dimenticato. La mia necessità di evitare aiuti, se non indispensabili, è solo dipesa dalla curiosità relativa ai mezzi che ho avuto a disposizione: ho dato per scontato fin dall’inizio di essere protetto da eventuali pericoli e non c’è stato niente che abbia diminuito tale sensazione.
Ho qualche difficoltà creativa per quel che concerne il mandala, quello che rimane sul foglio non è coscientemente riconducibile all’esperienza, butto giù quello che viene senza pensarci molto e senza curare i particolari.